Il governo italiano conferma la propria contrarietà, almeno per il momento, all’utilizzo dei fondi messi a disposizione dallo strumento Security Action for Europe (SAFE) per finanziare le spese militari. Ventiquattro ore dopo la riunione a Palazzo Chigi tra i ministri interessati e la premier Giorgia Meloni, in vista del vertice Nato, fonti di governo fanno sapere che l’Italia attiverà lo strumento europeo soltanto quando la clausola di salvaguardia nazionale per derogare al Patto di stabilità sugli investimenti in difesa sarà richiesta e approvata dal Parlamento. Una formulazione che, secondo le stesse fonti, equivale nella sostanza a un rinvio: il ricorso al SAFE resta escluso almeno fino a settembre, quando l’Italia potrebbe uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, e probabilmente anche oltre quella data.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto lascia comunque margine a un cambio di rotta. “Mi risultano tempi maggiori” di un mese per accedere al fondo, ha dichiarato Crosetto in un’intervista rilasciata a La Stampa pubblicata lo scorso 2 luglio, “e quindi potremmo magari usarlo per finanziare gli impegni del 2027”.
In serata, fonti della Difesa hanno precisato ulteriormente il meccanismo allo studio. Il governo porterà “l’approvazione dell’aumento di debito per le spese su Difesa ed energia” in Parlamento e, in caso di voto favorevole delle Camere, si deciderà “se l’aumento di spese per la Difesa verrà finanziarlo con il SAFE o con i titoli di Stato”, un’opzione che a quel punto “diventerebbe totalmente indifferente”, secondo le stesse fonti, secondo quanto riportato da Ansa.
Crosetto, arrivando in serata all’ambasciata USA a Roma per i festeggiamenti anticipati del 4 luglio, ha commentato la vicenda con una citazione evangelica, “dai frutti li riconosceremo”, mostrandosi fiducioso sul rispetto degli impegni assunti dall’Italia in sede NATO, eventualmente per gradi: prima le spese già previste per il 2027, poi l’impegno strutturale dopo le elezioni.
Il tema si intreccia con la tensione emersa nelle ultime settimane tra il presidente Usa Donald Trump e la premier Meloni sull’obiettivo del 5% del Pil in spese per la difesa, e arriva alla vigilia del vertice Nato in programma martedì e mercoledì prossimi, quando i due leader torneranno a incontrarsi.
Opposizione: “Operazione pilatesca”
Per l’opposizione, la linea del governo è “pilatesca”. Piero Fassino, membro della Commissione Difesa e esponente del Partito Democratico, la definisce “ambigua e ipocrita”: “Se il governo intende usare il SAFE deve fare una cosa semplice: presenti un atto formale di indirizzo o lo faccia presentare alla sua maggioranza. Certamente non mancano i numeri in Parlamento per approvare una decisione così importante”.
Sulla stessa linea Piero De Luca, capogruppo del PD in Commissione Affari Europei alla Camera, secondo cui le dichiarazioni delle ultime ore “confermano il disorientamento e la profonda confusione che regnano all’interno della maggioranza e del governo”. Il centrosinistra, tuttavia, non si sbilancia eccessivamente sul tema: anche nel campo dell’opposizione il ricorso al debito per finanziare le spese militari resta un argomento delicato.
Il nodo del consenso e i numeri in gioco
All’interno dello stesso esecutivo, l’adesione al SAFE è oggi considerata da alcuni un rischio politico, un possibile “boomerang” elettorale, secondo riflessioni raccolte nelle ultime ore. Il tema si inserisce in una fase che diversi esponenti del centrodestra descrivono già come l’apertura di una lunga campagna elettorale, nella quale l’indebitamento per l’acquisto di armamenti potrebbe costituire un fianco debole per la maggioranza.
Il massimale di prestito assegnato all’Italia attraverso il SAFE è di 14,9 miliardi di euro. Lo strumento europeo offre condizioni più favorevoli di qualsiasi altra fonte di finanziamento a disposizione del governo, ma resta comunque un debito aggiuntivo che graverebbe sui cittadini. Le divergenze interne al governo erano emerse già da settimane: a metà maggio Crosetto aveva reso pubblico di aver scritto due lettere al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti per sapere se, entro fine mese, avrebbe potuto firmare alcuni accordi per nuovi investimenti in difesa da finanziare con il SAFE. Da quel confronto era filtrata una decisione di ricorso ai prestiti in forma più contenuta, mentre il 28 maggio il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva precisato che non fosse “il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente”.
Il Movimento 5 Stelle ha già calcolato l’impatto della scelta sulla prossima legge di bilancio: secondo il partito, Crosetto avrebbe concordato con Meloni e Giorgetti di recuperare nel 2027 il mancato aumento delle spese militari previsto per quest’anno, pari allo 0,15% del Pil, sommandolo a un incremento di pari entità già programmato per il 2027, per un totale dello 0,3%. L’operazione porterebbe la manovra d’autunno a stanziare circa 7 miliardi di euro in più per la Difesa.
Cosa rischia la Difesa senza il SAFE
Il rinvio pesa sui programmi di riarmo già pianificati. Crosetto ha dichiarato a La Stampa di aspettarsi, per il 2027, di recuperare il mancato aumento di spesa militare di quest’anno sommato a quello già previsto per l’anno prossimo, per un totale di 7 miliardi di euro di spesa aggiuntiva, una promessa che ha attirato nuove critiche dall’opposizione. Per il Movimento 5 Stelle si tratta di “un governo senza misure per la crescita, che pensa solo alle armi”.
Tra i programmi più esposti secondo La Stampa c’è l’Army Armoured Combat System, il carro armato che Leonardo avrebbe dovuto sviluppare con la tedesca Rheinmetall: un progetto da 15 miliardi di euro per 1.050 mezzi in cinque varianti, di cui 8,4 miliardi già stanziati con fondi nazionali e altri attesi dal SAFE. A rischio anche alcune commesse Fincantieri: il sindacato UIL dei metalmeccanici teme che salti la costruzione della terza nave logistica di classe Vulcano nel cantiere di Castellammare di Stabia, da cui dipendono circa 1.500 posti di lavoro diretti e nell’indotto. Definitivamente accantonato, invece, il progetto di una portaerei a propulsione nucleare, i cui costi erano risultati proibitivi.
A pesare sulle scelte è anche un cambio di orientamento strategico più volte richiamato dalla premier, che in un intervento in Parlamento aveva osservato come in Ucraina si siano visti “carri armati da milioni di euro distrutti da droni che costano 20mila euro”, invitando a valutare se sia “più letale un satellite ben posizionato rispetto a un carro armato o a una portaerei”. Confermato invece il caccia di nuova generazione GCAP, sviluppato in congiungamente con Regno Unito e Giappone.
Sul fronte dei droni, dove l’Italia sconta un ritardo tecnologico dopo il fallimento del programma di Piaggio Aerospace, il governo ha favorito un’alleanza industriale tra Leonardo e la turca Baykar Technologies, che ha rilevato la stessa Piaggio Aerospace. Restano in corso, parallelamente, i programmi per la difesa anti-drone: il “Michelangelo Dome” di Leonardo, basato su un radar di nuova generazione, e la seconda generazione del sistema italo-francese Samp/t, sviluppato con Mbda, che da sola costerà circa 2,3 miliardi di euro.
SAFE, Bruxelles avverte l’Italia: fondi nel 2027 solo se resteranno risorse
Il contesto: Bruxelles avverte, fondi 2027 solo se restano risorse
La cautela del governo italiano arriva mentre la Commissione europea richiama gli Stati membri sui tempi di attuazione del Safe (Security Action for Europe), il programma da 150 miliardi di euro di prestiti destinato a finanziare gli investimenti nell’industria della difesa entro il 2030. Secondo la portavoce capo della Commissione, Paula Pinho, un eventuale utilizzo dei fondi nel 2027 sarebbe possibile soltanto per le risorse non ancora assegnate ad altri Stati membri: “Se rimarranno risorse, allora potrebbe essere possibile erogare quei fondi anche in un secondo momento”.
La precisazione di Pinho arriva in risposta a una domanda sulla possibilità per l’Italia di accedere in un secondo momento ai 14,9 miliardi di prestiti richiesti a fine novembre 2025, dato che Roma non ha ancora firmato l’accordo di prestito. Le sue parole seguono di poche ore l’intervista di Crosetto a La Stampa, in cui il ministro aveva contestato l’idea che l’Italia disponga di un solo mese per accedere al fondo, sostenendo di avere informazioni su tempistiche più ampie. Interpellato sulla propria posizione rispetto alla linea del governo, Crosetto ha replicato che “la lealtà verso il governo non mi impedisce di dire ciò che ritengo giusto”, rivendicando il compito di rappresentare “le esigenze della Difesa”, pur ribadendo che “le decisioni spettano all’esecutivo”.
Sul fronte procedurale, il portavoce della Commissione per la Difesa, Thomas Regnier, ha ricordato che l’erogazione dei fondi Safe procede in modo progressivo: i primi pagamenti sono già stati effettuati a favore di Polonia, Cipro e Lituania. Diciotto Stati membri hanno ottenuto l’approvazione dei rispettivi piani nazionali e ricevuto gli accordi di prestito da firmare; di questi, dieci li hanno già sottoscritti e altri cinque li hanno rinviati a Bruxelles in attesa della controfirma della Commissione. Restano tre Paesi, tra cui l’Italia, per i quali la procedura non ha ancora fatto passi avanti.
Regnier non ha indicato una scadenza intermedia per la firma da parte italiana, ma ha richiamato il vincolo di fine 2026 fissato dalla base giuridica dello strumento: le risorse non utilizzate dovranno essere riallocate entro l’anno. “Dobbiamo fare progressi piuttosto rapidamente”, ha detto il portavoce, aggiungendo che “il contesto politico dimostra che la scadenza era ieri”.
A Bruxelles non risulta accettabile neppure l’ipotesi, circolata a Roma, di attendere fino a ottobre per sciogliere la riserva. È in quel mese che la revisione dei dati sul superbonus edilizio relativi al 2025 potrebbe portare a un ricalcolo del rapporto deficit/Pil favorevole all’Italia, con una possibile uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo: un’eventualità che il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, non ha escluso. Ma secondo quanto trapela dalla Commissione, l’esecutivo Ue ha bisogno di sapere il prima possibile quanti dei 14,9 miliardi disponibili l’Italia intende effettivamente utilizzare, per poter riallocare per tempo le somme non richieste ad altri Stati membri interessati a riceverle.

